venerdì 19 agosto 2011

La Grand Illusion

"Ognuno morrebbe della malattia della sua classe, se non fosse la guerra a riconciliare tutti i microbi".

Rosenthal

La Grande Illusion di Renoir suggerisce molti spunti di riflessione sulla Ia guerra mondiale, soprattutto pensando che è stata scritta e girata da Renoir con un gruppo di lavoro franco-tedesco e sull'orlo della nuova guerra.

La caratteristica fondamentale di questo film di guerra è proprio che l'unica cosa che non viene rappresentata è la guerra.
Poi c'è la solidarietà che si viene a creare tra prigionieri delle diverse nazionalità che convivono forzatamente nello stesso campo.
Poi c'è che sono prigionieri di aviazione e che hanno un trattamento molto più leggero rispetto ai prigionieri normali.
Poi c'è che questi prigionieri stanno sempre a tavola e mangiano meglio dei carcerieri.
Poi c'è che si travestono da Vedette e organizzano un ballo in maschera per non annoiarsi.
Poi c'è che in mezzo al ballo stile Moulin Rouge hanno la notizia di una vittoria francese e si mettono a cantare la Marsigliese.
Poi c'è la traccia principale del film, che parla di un'evasione. Ma anche se questa traccia non ci fosse, il film non risulterebbe amputato di nulla.

Ne La Grande Illusion c'è tutto questo, ma quello che mi colpisce è un altro aspetto molto più che accennato, che è quello del declino di una classe sociale che ha visto, nella Grande Guerra, la propria - definitiva - fine.
Parlo della classe nobile che si dissolve in quegli anni e in quella guerra, per non ritornare mai più. E quella classe viene descritta nel film come l'unica in grado di porre delle barriere tra gli uomini, che in tutte le altre si erano ritrovati.
La Grande Illusion mostra come la pari condizione convogli lo scavalcamento delle barriere linguistiche, di razza, di religione, ma non quelle sociali, che rimangono tra gli uomini dello stesso schieramento fino alla fine, fine autoinflitta dagli stessi appartenenti a quel mondo che "non ha più ragion d'essere", perchè inefficace nei nuovi tempi e nelle nuove regole e confini sociali. Mondo che muore semplicemente perchè non incline al cambiamento, alla trasformazione. Come vecchie carte geografiche che non segnalano più le giuste mappe di una geografia sociale profondamente mutata, e a cui l'esperienza livellatrice della guerra dà l'ultimo scossone.

Ed è questo l'assunto che la nostra generazione ha ereditato senza traumi - quello dell'uguaglianza tra classi - la lezione della guerra ai reduci. Il discorso delle "malattie di classe", per cui ogni persona è destinata a morire di una malattia tipica del gruppo sociale a cui appartiene, mentre la guerra "riconcilia tutti i microbi", spiega tutto su questa lezione. In guerra si muore tutti della stessa morte, indipendentemente dallo stato sociale.

Mi piacerebbe, in un film, imporre con tanta intensità un'idea.

Nessun commento:

Posta un commento