venerdì 19 agosto 2011

Il posto delle fragole

Mi sento sempre in difficoltà, quando penso ad un film. Soprattutto a quando penso come farlo, un film. Mi chiedo sempre come i grandi decidano l'identità visiva e la struttura di una storia che da fantasia diventa luce e forma, quali siano le distinte che provocano la scelta di una sequenza piuttosto che un'altra, quando avviene questa sorta d'illuminazione per cui, ad un certo punto, si "vede" il racconto.

Bergman è un maestro dell'indugio sullo sguardo. Trovo che questo, tra i suoi film, sia il più chiaro a livello di lettura paratestuale. I simboli a cui solitamente lui è tanto affezionato, quasi scompaiono e si riducono a semplici accenni, e la vita prende forma così com'è, reale, nonostante parte del film si conduca a livello onirico.

Non voglio tediare (e tediarmi) con considerazioni che si trovano tranquillamente in ogni recensione su questo film, ma voglio lasciare, anche e soprattutto per me, quello che il mio stupore ha colto dalla visione di quest'opera:

- Il perfetto equilibrio di una storia che non spezza mai la sua trama, pur spezzando di continuo il suo ritmo.
- L'indugio sugli sguardi. Bergman (e lo fa sovente) si ferma sullo sguardo, specchio di ciò che viene guardato, e fa comprendere tutto. Si indovina cosa c'è al di là dell'inquadratura, e quale è il sentimento provocato da esso. E tanto basta alla storia, che si poggia solo sui sentimenti, e non sui fatti.
- Il tocco registico. La macchina da presa non sbaglia un colpo. Il personaggio è SOLO quando dev'essere solo, e ripreso a due, a tre, a quattro, quando il sentimento lo giustifica. Ed è da applauso durante l'esame a cui viene sottoposto Sjostrom e in cui viene giudicato incompetente e arido.
- Sjostrom e Tulin in un'interpretazione incredibile.

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