venerdì 19 agosto 2011

Il Fascino discreto della borghesia

Se discreto fosse anche il film, magari...

Incontro per la prima volta Bunuel nel suo "Le chien andalou", film surrealista degli anni '20, scritto e diretto spalla a spalla con Dalì (potete immaginarvi che cosa ne sia venuto fuori... mai la parola "delirio" sarebbe più appropriata).

Ed è sempre il surrealismo ciò che contraddistingue lo stile e il contenuto del Fascino discreto della borghesia, di una regia estremamente interessante che traspone poi il carattere della trama, che sembra convenzionale, e invece...

Gioca con le ellissi temporali, Bunuel, quei salti nel tempo a cui il cinema ci ha abituato sin dalle origini, e che accettiamo come una regola costituita e data (il salto temporale tra una scena ad un'altra, utilizzato per ovvi problemi di costruzione del tempo filmico rispetto al tempo reale). E così, se qualunque film può farci creder vera e assunta una contrazione temporale di una vita intera all'interno dei canonici 90' di filmato, servendosi di una regola di cui neanche percepiamo l'esistenza, Bunuel la usa per costruire un tempo così sclerotizzato da farci ben render conto di quando l'azione si sposta, nello spazio e nel tempo, creando dei ritmi a sbuffo e sezionando le azioni (che pur sembrano tanto fluide, all'apparenza - perchè d'apparenza discreta si parla) e dividendo i contesti.

Ed è dell'uso del linguaggio cinematografico di cui voglio parlare, anche se il testo offre evidenti (e innumerevoli) spunti d'interesse per il messaggio in sè stesso, ma che può esser facilmente colto anche alla prima visione.

E' un continuo movimento di macchina, questo film, di ritmo come già detto sclerotizzante e di ricerca visiva inquietante, come gli occhi che esplorano cercando qualcosa che SANNO dove trovare. E' certo, Bunuel ha costruito il suo mondo e come un deus ex machina ne modifica continuamente i tratti, i confini e le condizioni, lasciando i personaggi a cavarsela da soli - con i loro ripetuti incubi - e andandone a sbirciare le reazioni, da vicino, da lontano, rincorrendole e prevedendole, inserendovi tratti via via più stranianti, degni di un perfetto componimento Brechtiano (non a caso, il teatro è uno di quegli scenari che appaiono e scompaiono).

E l'uso dei rumori all'interno dei dialoghi in cui si confrontano due logiche differenti, quella (forse) della buona ragione, e quella della legge del più forte. Nel momento in cui sembra venga data un'argomentazione di una qualunque legge che dovrebbe dominare la relazione tra gli uomini, le parole vengono sovrastate da un rumore di fondo che diventa dominante e impedisce qualunque comprensione, come succede nella realtà, dove ognuno ascolta la sua, di ragione.

Tengo per ultimo il senso più importante che mi ha lasciato il film. Solo sulla propria pelle si può riscontrare quanto un discorso estraniante sia permeabilmente più efficace di un argomentare allineato e limato. La continua immersione ed emersione dal testo che il film ti costringe a fare, per la sua stridenza, non solo ti crea quella condizione di "attivo spettatore", in parte coinvolto in parte no, dall'esperienza filmica, e ti concede una posizione privilegiata di osservazione cosciente degli avvenimenti, ma, e soprattutto, ti concede, nello spazio lasciato da ciò che è credibile e ciò che non lo è, la libera creazione di significati "altri", sorprendendoti nella compartecipazione dell'elaborazione del tema insieme con l'autore, lasciando del senso del film un odore tutto tuo, assolutamente personale.

Ed è questa, la mia lezione da imparare.

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