martedì 13 dicembre 2011

Pina


Aspettavo il film di Wim Wenders su Pina Bausch da molto tempo, e non sono rimasta delusa nelle aspettative..

L'apporto, molto molto più umano che tecnico di Pina Bausch alla danza, e più in generale a tutte le arti di espressione, si rispecchia nella sua opera che è immensa, silenziosa e totalizzante.
Nelle sue coreografie e tra le poche parole scelte per ricordarla, attraverso le testimonianze dei suoi allievi, colleghi, collaboratori, amici, si raccoglie questa impronta che traccia nelle sue luci l'idea della danza di Pina, un'azione che interviene quando la parola non basta.
Ma la parola non basta mai.

L'occidente è fatto di logica e di verbo. La danza era, prima dei grandi innovatori del 900, un orpello, un puro e perfetto tecnicismo d'espressione che codificava il movimento e l'eleganza. La ricerca del Tanztheater Wuppertal sta nel ritrasformare questo codice in espressione pura del sentimento, dell'emozione, dell'amore e del dolore, della gioia e della solitudine.

I ballerini, spinti alla continua ricerca dalla loro maestra, partono dal mondo alla ricerca di se stessi, dei loro limiti, delle loro spinte originali, per poi farle riaffiorare attraverso il movimento del loro corpo.

E' affascinante, come la ricerca degli attori delle emozioni primarie, come l'allenamento alla disciplina dei grandi marzialisti, come l'approfondimento della coscienza dei grandi asceti.

Un grande dono, quello di Pina Bausch e di chi, sotto la sua guida, si è messo su questa strada affatto semplice, fatta di dolorosa esplorazione del proprio limite, non solo fisico ma soprattutto cognitivo ed emozionale, scrivendo con i propri muscoli, sul palco e per la strada, le riflessioni sulla loro esperienza di conoscenza di se stessi, e dei mondi emozionali di chiunque.

Ho conosciuto questo personaggio per studio e ne sono rimasta impressionata sin dalle descrizioni letterarie. Vedere questo film è stato per me di grande appagamento, visivo ed emozionale.

Delicatissimo e forte nella descrizione anche Wim Wenders, che per stavolta - visti i contenuti - aveva anche molto poco da fare.

martedì 27 settembre 2011

domenica 25 settembre 2011

Carnage

Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: Roman Polanski
Cast: Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster, John C. Reilly
Anno: 2011


Faccio difficoltà a scrivere dei capolavori, perché sulla perfezione c'è poco da dire.
Si definirebbe un "film da camera", che di per sé ha le sue insidie, avendo nella sua caratteristica principale la quasi insostenibile situazione, per un film, di svolgersi tutto in un unico ambiente.
Il cinema ha nelle sue carte gli assi dell'ubiquità, dell'assemblaggio di spazi e tempi, intere vite in 90 minuti e tanti mondi in varie bobine di pellicola. Quando si sceglie la formula del kammerfilm, insomma, si fa quasi teatro. E allora, è la sceneggiatura che deve essere di ferro, gli attori come mondi, devono affascinare, conturbare, convincere, dirigere le attenzioni, costringere le intenzioni. E la regia deve scegliere bene, coinvolgere e non stancare, trovare le angolature adatte in un ambito sin troppo regolare.

I personaggi che si contendono la scena sono quattro, due coppie di genitori che s'incontrano per parlare della zuffa dei loro due figli. Da un contesto di tanto cordiale quanto stridente clima di accomodamento di una situazione imbarazzante, l'atmosfera degenera scricchiolando prima, franando poi, nella più assurda delle scene di rottura della falsa cordialità borghese. Gli equilibri delle coppie si sversano l'una nell'altra, creando e disfacendo alleanze, e come uno strano balletto i fronti e le figure cambiano battuta dopo battuta, introducendo brevi ponti tra l'uno e l'altro, e poi mettendo tutti contro tutti.
Un intero mondo in una stanza.

Le uniche inquadrature esterne all'appartamento in cui si inscena il film, è il parco dove i loro figli prima si scontrano, e poi si riincontrano. Gli unici due momenti di verità della storia, si svolgono al sole.

sabato 24 settembre 2011

Pesami l'anima

Documentario breve della giovanissima Teresa Iaropoli, che racconta la storia di quattro donne - Valentina, Francesca, Giulia e Letizia - che hanno dovuto affrontare un discorso su se stesse e con se stesse, riguardo il loro corpo e il rapporto che esse avevano con lui.

La voce di queste testimonial del corpo è ferma e serena.
Corpi nudi in posa su sfondo nero si muovono lentamente, si toccano con le dita la pelle, la telecamera indaga i segni, le tracce di esperienze di vita diverse da quello che conosciamo solitamente rappresentate dagli schermi.
Le storie che s'ascoltano sono storie di donne che ce l'hanno fatta.
Hanno combattuto una lotta contro se stesse, contro le aspettative di cui il mondo le aveva gravate, eppure non ce l'hanno con la società, non provano rabbia contro quella convenzionale visione della bellezza, del "giusto" modo d'essere accettabili che le ha fatte soffrire tanto. Così tanto da coprire specchi, da nascondersi dentro vestiti abbondanti, da sfuggire gli sguardi, da annullarsi come persone, da procurarsi lesioni consapevolmente, da vomitare il cibo appena ingoiato, da temere i giudizi.
Hanno combattuto, portano le ferite delle loro guerre e adesso ci ridono su. Ridono di quello stesso mondo che le ha costrette alla lotta. Di quello stesso mondo che ancora lotta. Mentre loro sono oltre.

E quando cerchi, se non rimani fissato sulle sconfitte, le occasioni arrivano. E per loro, un altro mondo si è affacciato.
La cosa che (mi) colpisce di più, che (mi) fa comprendere bene quello che è stato il loro processo di spostamento della comprensione di se stesse, è che questo porto franco è stato quello dell'arte.

La cultura e la dimensione estetica non sono campi da lasciare fuori dalla propria sfera.
Ti aiutano a vederti in altri modi, in altri mondi.
Ti aiutano ad esprimerti, ed esprimendoti, a conoscerti.
Perché bisogna parlarsi.
Prima che parlare ad altri, bisogna parlare a se stessi, perché non ci conosciamo mai tanto bene quanto pensiamo.
E l'arte è un modo molto potente di ascoltarsi, di vedersi, di parlarsi.

 Mi piacerebbe che guardaste il lavoro di Teresa, e che lo votaste, se vi piace.

Lo trovate qui, in concorso sul sito di Via Emilia Doc Fest:
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-Pesami-l-anima-sd-35.html

mercoledì 21 settembre 2011

Cose dell'altro mondo

Regia: Francesco Patierno
Sceneggiatura: Diego De Silva, Giovanna Cock, Francesco Patierno
Attori: Valerio Mastrandrea, Diego Abatantuono, Valentina Lodovini.
Anno: 2011

E' una bella commedia visionaria, apertamente ispirata a "A Day without a Mexican", un film del 2004 diretto dal regista Sergio Arau.

In un paesino del Veneto pieno di lavoratori extracomunitari in regola, si consumano giornalmente piccoli e grandi cliché di intolleranza in chiave comica. Il personaggio fulcro di questo malcostume diffuso è quello di Abatantuono, che interpreta un imprenditore di successo, direttore di un'emittente televisiva e anchorman della trasmissione opinionista di punta. Cattolico conclamato, promuove una vera e propria campagna xenofoba attraverso il proprio canale, anche se nel frattempo trae gli unici momenti di piacere con una prostituta africana per cui sembra anche nutrire una certa tenerezza, ed anche la sua attività impiega la metà della sua forza lavoro con lavoratori stranieri. Nel pieno del delirio di pubblica esposizione, durante una sua trasmissione, lancia un anatema pregando Dio di far scomparire tutti gli extracomunitari, rimandandoli a casa propria. Detto fatto, il suo desiderio sarà esaudito. Il giorno dopo la comunità finirà nel caos, priva di manovali, badanti, agricoltori e via dicendo...

La regia è pulita e non offre chiavi di lettura diverse da quelle della sceneggiatura, così com'è stesa e interpretata. Un buon Mastrandrea, equilibrato tra comico e drammatico, e un magnifico Abatantuono, che nel suo personaggio riesce invece a fondere i generi non smettendo, seppure nel suo estremismo, di sembrare addirittura realistico.
Chicca nella sceneggiatura la presenza della mamma Italia (interpretata da Sandra Collodel), smemorata affetta da alteriosclerosi, che al momento opportuno sa però riacquistare la lucidità per rimproverare il figlio Mastrandrea, incapace di prendere una posizione responsabile: "... Ma non ti preoccupare, non hai preso né da me, né da tuo padre. Noi non siamo mai stati così stronzi."

Una bella chiave di lettura per uno psicodramma collettivo, che coglie sul vivo un momento quale stiamo vivendo, mai più vero di così.

Da vedere con molto spirito, anche di riflessione.

sabato 20 agosto 2011

L'amore in Moulin Rouge di Houston



Regia: John Houston
Durata: 119'
Anno: Inghilterra, 1952
Colore
Cast: José Ferrer, Zsà Zsà Gabor, Suzanne Flon, Colette Marchand, Claude Nollier, Katherine Kath.

Questo film eccezionale di Houston crea uno straordinario ritratto dell'amore tutto dal lato delle ombre.
Non è solo il racconto romanzato della vita di Tolouse-Lautrec, e di come l'anima delle sue opere fosse la stessa che respirava la sua vita, ma è anche la lettura di un certo tipo d'amore, ansioso di dare e timoroso di ricevere, un amore che distrugge ciò che lo brucia, e che allontana chi brucia per esso. Un gioco al rimando che annichilisce ogni cosa.

Un amore di due tipi, viene raccontato. Il primo che spinge a rendere migliore l'oggetto d'amore, ma che trasformandolo, ne distrugge la natura che ha fatto in modo per colui che l'ama, di amarlo ancora. Il secondo, un amore che, provato da una natura menomata più nello spirito che nel corpo, spinge ad amare esseri peggiori fino allo spasimo, ed allontanare l'amore offerto da esseri migliori, per vergogna e per orgoglio, negandosi l'unica via che possa portare alla propria salvezza.

L'artista, quasi a fine film, esprime la sua amarezza per l'effetto che il suo lavoro aveva avuto sul Moulin Rouge. I suoi cartelloni aveva nobilitato il locale a tal punto da trasformarlo da bettola popolare,  spontaneo coacervo di frugalità e culla di diversità, facendolo diventare un locale di classe per altoborghesi, il cui piacere sensuale dovesse essere solleticato ma non sfidato con palese provocazione.
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Toulouse: "Gli uomini uccidono le cose che amano di più. I miei cartelloni han contribuito a distruggere il Moulin Rouge. Col successo, divenne rispettabile. Non c'era più posto per la Goulieut*, né per noi."
*La Goulieut era una ballerina finita in miseria perché troppo frugale per il nuovo taglio del locale divenuto "rispettabile", e anche la deformazione dell'artista ne era stata tagliata fuori, essendo inaccettabile nella normalità.
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Toulouse s'innamorerà perdutamente di una prostituta che non dimostrerà sdegno della sua menomazione fisica, regalandogli l'amor fisico e confondendolo con l'amor romantico, ma che lo frequenterà solo per averne vantaggio economico. Di conseguenza, l'artista allontanerà l'amore di una nobildonna che s'innamorerà dell'uomo Toulouse, non temendo la forma del corpo e la sua diversità. Incapace di resistere alla propria sfortuna, chiuso in una gabbia dove la prima limitazione è quella della mente, infine morirà solo, malato.
Due tipi d'amore che portano alla distruzione, di sé e di ciò che si ama. Ma se si fosse in grado di essere generosi con se stessi come lo si è portati ad essere verso chi o cosa c'ispira veri sentimenti, forse l'eccesso d'amore non provocherebbe la morte di alcunché, ma solo l'alimentazione continua di circoli virtuosi dove l'amore entra ed esce da noi nella stessa misura, generando un equilibrio costante dove l'amore non possa uccidere nessuno, tantomeno noi stessi.
Partite da voi, ad amare. Amatevi e lasciatevi amare.

venerdì 19 agosto 2011

Soul Kitchen

Delle volte è preferibile non sapere nulla del film che vai a vedere.
Come nel mio caso in questo caso, può bastare la copertina ad attrarti, e puoi non volere sapere altro di più.
Così sono andata a vedere Soul Kitchen, per la grafica della locandina, molto stilosa. Almeno per declinazione professionale, non poteva non colpirmi. Sapevo che sarebbe stata una commedia a base di cucina e musica, e tanto mi bastava.
Mi aspettavo qualcosa come l'azzeccato Radio Rock uscito l'anno scorso, ma mi sbagliavo. La commedia è molto meno schizofrenica, ma molto gradevole. Si vive la suspence dell'intreccio di eventi che capitano al protagonista, ma non t'incalzano con un montaggio serrato, semplicemente capitano, come nella vita reale.
L'integrazione culturale, la cucina e la musica fanno da sfondo ma non da protagonista alla commedia, che si occupa totalmente dei suoi personaggi, caratterizzati ma non stereotipati (a parte qualche eccezione che però serve e funziona benissimo). Non è un film che ti fa ridere a crepapelle ma che ti accompagna il sorriso in continuazione, per poi sorprenderti srotolando delle sequenze veramente difficili da dimenticare.
Consigliato per una serata leggera, condita con molti pop corn e caramelle gommose.

Ce n'è per tutti

E' un bel film, il secondo di Luciano Melchionna, soprattutto per chi ama la tecnica registica un po' più articolata, e le storie piene di storie.
Ho letto molte mediocri recensioni di questo film, probabilmente scritte da chi non l'ha neanche visto, e me ne dispiace.

Intanto, non è un film di un suicidio di uno scrittore emergente in crisi.

E' un film che tratta la delicatezza di chi per questo mondo non è tagliato, e ne sceglie un altro. Troppa violenza e affettazione, troppa durezza serve a chi vuole camminare per strada, nel nostro mondo odierno, e non farsi ferire da quello che c'è intorno.
Dirvi che alla fine il protagonista muore, non toglie niente alla visione del film, che tra l'altro si capisce subito che fine fa. Non concede speranze di salvezza a nessuno, tanto meno al protagonista.
Assistiamo quindi all'ultimo giorno di vita di un ragazzo che ha deciso di morire, per tanti motivi e nessuno in particolare. Decide di morire perchè questo mondo ha bisogno di una corazza che lui non ha e non vuole avere. Muore ucciso dalla sua sensibilità.
Di contorno, tutto il mondo si "scomoda" per lui. Le forze dell'ordine, la televisione, gli amici. E la sua famiglia, che non si scomoda affatto.
Stringe il cuore in alcune scene. Il mondo - la società aliena- o si muove per dovere (le forze dell'ordine) o per sciacallaggio (la televisione), ma non ha nessun legame con Gianluca, seduto sul cornicione del colosseo, pronto alla morte.
Gli amici sono una sfilata di personaggi inetti alla propria vita e insensibili a quella di Gianluca, ed è proprio per questo che sopravviveranno.
E in tutto questo, il film riesce anche a far ridere.
Un film vagamente surreale, come piacciono a me.
E bravo Melchionna.

Giulia non esce la sera

Giulia non esce la sera è una storia che non s’incontra facilmente, nel cinema italiano d’oggi. L’interpretazione ruvida di Valeria Golino ha reso bene questo strano personaggio che è Giulia, che ci incuriosisce e ci sorprende man mano che si svolge la storia, e in cui ogni donna con un minimo di sensibilità si può rispecchiare, con cui può condividere e – soprattutto – soffrire. Questa donna che è un tutto tondo, nonostante gli spigoli che la vita le ha messo addosso, tanto piena quanto sembra vuoto il personaggio di Mastandrea, svuotato dalla vita, dalla incapacità di essere sentimentale al di là dei propri libri, svuotato dalla disillusione di una vita che non ha nulla a che fare con la fantasia. Ed è come un contenitore vuoto quello in cui l’esperienza di Giulia si riversa, un ascoltatore muto e non sempre disinteressato quello di Guido, che l’osserva dall’inizio alla fine, fino a prendersi la briga di agire nella vita di lei, diventare attore e impersonarne i bisogni, le volontà, per creare una condizione che, paradossalmente, dovrebbe salvarla e che invece la getta in un’incurabile disperazione, l’ultima e la più grave della sua vita.
In questa storia costellata di pieni che si svuotano e vuoti che si riempiono, il delizioso cammeo della figlia di Guido, deliziosa e furba adolescente che rivela sempre il mondo con i suoi occhi in una chiave lucida e pregna d’ironia, non sempre consapevole, mai inadeguata.
La regia di Piccione è fluida, come l’acqua che imbeve e unisce la storia, e nella quale le varie vite si purificano, si azzerano, si mescolano, si mutano. L’acqua simbolo di rigenerazione e nuova vita, in questo film lo è un po’ per tutti, che s’immergono nelle proprie per vederne lo strato sommerso, prendere coscienza del lato buio, facendo tornare ognuno di loro sconfitto o vincitore. Nell’acqua l’immagine di mezzi busti al contrario che dimostrano un altro mondo, diverso da quello conosciuto, e in cui si materializzano personaggi della fantasia con felliniani espedienti, scompariranno in questa vita così reale, fuori dall’acqua, come per ricordarci che non bisogna mai dimenticarsi di una dimensione in luogo di un’altra, che il mondo onirico ci è indispensabile quanto quello reale, ma nessuno dei due è compiuto senza l’altro.
Il consiglio è quello di andare al cinema a vedere questo film senza conoscerne la trama, così, perché il titolo è azzeccato e pone quella domanda prima di tutte, prima del desiderio di conoscere qual è la storia, di quale genere, se fa ridere o meno, se ci piacerà oppure no. Non rovinatevi l’effetto sorpresa.

Frost/Nixon - Il duello

Il film prende vita dall’opera teatrale di Peter Morgan, che l’ha successivamente sceneggiato. E' la storia vera dell'appassionante dibattito televisivo durante il quale R. Nixon, ex presidente degli Stati Uniti ed unico presidente ad essersi dimesso prima della fine della carica, è stato intervistato sulla sua presidenza e ha ammesso le colpe che gli erano state imputate ma a cui non aveva mai risposto.
La struttura del film è solida, con un ritmo calzante che non cede mai il passo a rallentamenti, né a brusche accelerate. Risulta molto equilibrato e punta esattamente dove deve. La sua scrittura è eccellente sia in tempi che in modi filmici.
I personaggi, sia i protagonisti che quelli minori, sono caratterizzati con dovizia di particolari, nulla è lasciato al caso e lo spettatore viene portato per mano senza lasciare spazio a fraintendimenti: i protagonisti presentano peculiarità che ne fanno degli esseri umani completi, dotati di fermezza, di fragilità, di convinzioni e sentimenti, le loro intenzioni sono chiare sin dall’inizio, e i loro tentennamenti, comprensibili.
Si parla del processo mediatico più importante della storia della televisione (e, purtroppo e per fortuna, della storia politica americana), dove il presidente Nixon deve difendere la propria reputazione e allo stesso tempo cercare di lavarsi la coscienza delle numerose ombre che si stagliano sulla sua presidenza.
Non si possono indovinare le casualità infinite che portano un ex presidente degli stati uniti, dimesso per il coinvolgimento con un caso d’empeachment, a volersi misurare in un duello televisivo con un esponente dell’opinione pubblica americana (che neanche è un giornalista, ma un entertaintment-man abituato a condurre importanti talk show, ma non interviste politiche).
Il tratteggio del personaggio di Nixon è quello di un uomo caparbio, sicuro delle sue idee e del suo impegno, inquieto e combattivo come solo un uomo carismatico del suo calibro può essere, e profondamente contraddittorio per quelli che sono i suoi sentimenti verso il suo operato. Un uomo che ha fallito, che ha perso di fronte alla democrazia americana e alla sua inviolabilità. E’ quest’uomo che si presenta all’indagine, un uomo preparato a difendersi, ma anche completamente certo dell’incontestabilità del suo operato.
Le motivazioni del suo avversario sono ben più fragili, quelle della ricerca isterica di un po’ di successo personale e l'entusiasmo di misurarsi con un personaggio che tutti avrebbero voluto avere di fronte, defilatosi dalla carica più importante dello stato e mai indagato per le colpe a lui attribuite.
"Il duello" non sarà semplice, Nixon giocherà con tutta l'inesperienza del suo avversario, e gestirà a suo vantaggio le interviste per quasi tutto il corso delle trasmissioni, anche a causa dell'eccessiva superficialità dell'antagonista. La battaglia sarà pari solo quando Frost si renderà pienamente conto che non si sta misurando con una carica politica in declino - facile da abbattere - ma con un uomo che mette in gioco tutta la sua dignità, in cerca di una degna lotta, e volendo vincerla per riscattarsi.
Si impronta tra i due una dinamica specchio che sfiora il romanzesco, ma rende la trama più comprensibile. Il presidente è stimolato dal coraggio (e dall’incoscienza) del suo inquisitore istigandolo a sfidarlo, e a vincerlo. Frost gioca tutte le sue carte in quest’impresa, e sarà solo la sfida esplicita del suo indagato a far scaturire in lui quello scatto salvifico che gli permetterà di avere la meglio.
Ma la protagonista d’eccezione è, senza ombra di dubbio, la televisione. Quella che Nixon stesso dirà essergli costata la presidenza contro Kennedy, più efficace sullo schermo, è anche l’unica stanza-confessionale che raccoglierà la sua ammissione di colpa, e fotograferà il volto della sua sconfitta morale.
La stessa vittoria, però, corrisponde ad una ben amara consolazione, come ammetterà Jim Reston, il collaboratore di Frost dedicato all’indagine Watergate. La capacità che ha il mezzo televisivo di appiattire e semplificare la realtà, darà modo all’America di essere soddisfatta e sazia di un fotogramma esemplare di pentimento e ammissione, ma mai la colpevolezza di Nixon avrà un processo ed una condanna con una pena al seguito. Il Presidente è “sopra la legge” come sempre si è comportato.
Un film ben documentato, ampliamente curato sotto ogni dettaglio. Una riflessione sulla storia americana da parte di un cittadino statunitense che ha vissuto la presidenza Nixon e la presidenza Bush, così simili, come lo stesso Ron Howard afferma, per il complesso di delusione e di sfiducia nell’amministrazione americana che hanno lasciato alla fine della loro carica. Un film di rigenerazione ideologica? Una spinta nel credo nella democrazia statunitense sopra ogni suo rappresentante? Il film sulla confessione pubblica del presidente Nixon è anche un film di confessione pubblica di tutta l’America, che riconosce nel suo sistema grandi onori e grandi orrori.

Il posto delle fragole

Mi sento sempre in difficoltà, quando penso ad un film. Soprattutto a quando penso come farlo, un film. Mi chiedo sempre come i grandi decidano l'identità visiva e la struttura di una storia che da fantasia diventa luce e forma, quali siano le distinte che provocano la scelta di una sequenza piuttosto che un'altra, quando avviene questa sorta d'illuminazione per cui, ad un certo punto, si "vede" il racconto.

Bergman è un maestro dell'indugio sullo sguardo. Trovo che questo, tra i suoi film, sia il più chiaro a livello di lettura paratestuale. I simboli a cui solitamente lui è tanto affezionato, quasi scompaiono e si riducono a semplici accenni, e la vita prende forma così com'è, reale, nonostante parte del film si conduca a livello onirico.

Non voglio tediare (e tediarmi) con considerazioni che si trovano tranquillamente in ogni recensione su questo film, ma voglio lasciare, anche e soprattutto per me, quello che il mio stupore ha colto dalla visione di quest'opera:

- Il perfetto equilibrio di una storia che non spezza mai la sua trama, pur spezzando di continuo il suo ritmo.
- L'indugio sugli sguardi. Bergman (e lo fa sovente) si ferma sullo sguardo, specchio di ciò che viene guardato, e fa comprendere tutto. Si indovina cosa c'è al di là dell'inquadratura, e quale è il sentimento provocato da esso. E tanto basta alla storia, che si poggia solo sui sentimenti, e non sui fatti.
- Il tocco registico. La macchina da presa non sbaglia un colpo. Il personaggio è SOLO quando dev'essere solo, e ripreso a due, a tre, a quattro, quando il sentimento lo giustifica. Ed è da applauso durante l'esame a cui viene sottoposto Sjostrom e in cui viene giudicato incompetente e arido.
- Sjostrom e Tulin in un'interpretazione incredibile.

L'eclisse

di Antonioni

E' un luogo che attende.
Eccezionale.

Il Fascino discreto della borghesia

Se discreto fosse anche il film, magari...

Incontro per la prima volta Bunuel nel suo "Le chien andalou", film surrealista degli anni '20, scritto e diretto spalla a spalla con Dalì (potete immaginarvi che cosa ne sia venuto fuori... mai la parola "delirio" sarebbe più appropriata).

Ed è sempre il surrealismo ciò che contraddistingue lo stile e il contenuto del Fascino discreto della borghesia, di una regia estremamente interessante che traspone poi il carattere della trama, che sembra convenzionale, e invece...

Gioca con le ellissi temporali, Bunuel, quei salti nel tempo a cui il cinema ci ha abituato sin dalle origini, e che accettiamo come una regola costituita e data (il salto temporale tra una scena ad un'altra, utilizzato per ovvi problemi di costruzione del tempo filmico rispetto al tempo reale). E così, se qualunque film può farci creder vera e assunta una contrazione temporale di una vita intera all'interno dei canonici 90' di filmato, servendosi di una regola di cui neanche percepiamo l'esistenza, Bunuel la usa per costruire un tempo così sclerotizzato da farci ben render conto di quando l'azione si sposta, nello spazio e nel tempo, creando dei ritmi a sbuffo e sezionando le azioni (che pur sembrano tanto fluide, all'apparenza - perchè d'apparenza discreta si parla) e dividendo i contesti.

Ed è dell'uso del linguaggio cinematografico di cui voglio parlare, anche se il testo offre evidenti (e innumerevoli) spunti d'interesse per il messaggio in sè stesso, ma che può esser facilmente colto anche alla prima visione.

E' un continuo movimento di macchina, questo film, di ritmo come già detto sclerotizzante e di ricerca visiva inquietante, come gli occhi che esplorano cercando qualcosa che SANNO dove trovare. E' certo, Bunuel ha costruito il suo mondo e come un deus ex machina ne modifica continuamente i tratti, i confini e le condizioni, lasciando i personaggi a cavarsela da soli - con i loro ripetuti incubi - e andandone a sbirciare le reazioni, da vicino, da lontano, rincorrendole e prevedendole, inserendovi tratti via via più stranianti, degni di un perfetto componimento Brechtiano (non a caso, il teatro è uno di quegli scenari che appaiono e scompaiono).

E l'uso dei rumori all'interno dei dialoghi in cui si confrontano due logiche differenti, quella (forse) della buona ragione, e quella della legge del più forte. Nel momento in cui sembra venga data un'argomentazione di una qualunque legge che dovrebbe dominare la relazione tra gli uomini, le parole vengono sovrastate da un rumore di fondo che diventa dominante e impedisce qualunque comprensione, come succede nella realtà, dove ognuno ascolta la sua, di ragione.

Tengo per ultimo il senso più importante che mi ha lasciato il film. Solo sulla propria pelle si può riscontrare quanto un discorso estraniante sia permeabilmente più efficace di un argomentare allineato e limato. La continua immersione ed emersione dal testo che il film ti costringe a fare, per la sua stridenza, non solo ti crea quella condizione di "attivo spettatore", in parte coinvolto in parte no, dall'esperienza filmica, e ti concede una posizione privilegiata di osservazione cosciente degli avvenimenti, ma, e soprattutto, ti concede, nello spazio lasciato da ciò che è credibile e ciò che non lo è, la libera creazione di significati "altri", sorprendendoti nella compartecipazione dell'elaborazione del tema insieme con l'autore, lasciando del senso del film un odore tutto tuo, assolutamente personale.

Ed è questa, la mia lezione da imparare.

La Grand Illusion

"Ognuno morrebbe della malattia della sua classe, se non fosse la guerra a riconciliare tutti i microbi".

Rosenthal

La Grande Illusion di Renoir suggerisce molti spunti di riflessione sulla Ia guerra mondiale, soprattutto pensando che è stata scritta e girata da Renoir con un gruppo di lavoro franco-tedesco e sull'orlo della nuova guerra.

La caratteristica fondamentale di questo film di guerra è proprio che l'unica cosa che non viene rappresentata è la guerra.
Poi c'è la solidarietà che si viene a creare tra prigionieri delle diverse nazionalità che convivono forzatamente nello stesso campo.
Poi c'è che sono prigionieri di aviazione e che hanno un trattamento molto più leggero rispetto ai prigionieri normali.
Poi c'è che questi prigionieri stanno sempre a tavola e mangiano meglio dei carcerieri.
Poi c'è che si travestono da Vedette e organizzano un ballo in maschera per non annoiarsi.
Poi c'è che in mezzo al ballo stile Moulin Rouge hanno la notizia di una vittoria francese e si mettono a cantare la Marsigliese.
Poi c'è la traccia principale del film, che parla di un'evasione. Ma anche se questa traccia non ci fosse, il film non risulterebbe amputato di nulla.

Ne La Grande Illusion c'è tutto questo, ma quello che mi colpisce è un altro aspetto molto più che accennato, che è quello del declino di una classe sociale che ha visto, nella Grande Guerra, la propria - definitiva - fine.
Parlo della classe nobile che si dissolve in quegli anni e in quella guerra, per non ritornare mai più. E quella classe viene descritta nel film come l'unica in grado di porre delle barriere tra gli uomini, che in tutte le altre si erano ritrovati.
La Grande Illusion mostra come la pari condizione convogli lo scavalcamento delle barriere linguistiche, di razza, di religione, ma non quelle sociali, che rimangono tra gli uomini dello stesso schieramento fino alla fine, fine autoinflitta dagli stessi appartenenti a quel mondo che "non ha più ragion d'essere", perchè inefficace nei nuovi tempi e nelle nuove regole e confini sociali. Mondo che muore semplicemente perchè non incline al cambiamento, alla trasformazione. Come vecchie carte geografiche che non segnalano più le giuste mappe di una geografia sociale profondamente mutata, e a cui l'esperienza livellatrice della guerra dà l'ultimo scossone.

Ed è questo l'assunto che la nostra generazione ha ereditato senza traumi - quello dell'uguaglianza tra classi - la lezione della guerra ai reduci. Il discorso delle "malattie di classe", per cui ogni persona è destinata a morire di una malattia tipica del gruppo sociale a cui appartiene, mentre la guerra "riconcilia tutti i microbi", spiega tutto su questa lezione. In guerra si muore tutti della stessa morte, indipendentemente dallo stato sociale.

Mi piacerebbe, in un film, imporre con tanta intensità un'idea.

Buona la prima?

Beh, sono ufficialmente in fase "Esplosione"... e così trasporto da questa parte il mio secondo blog, del tutto tematico, sulla mia impacciata e scostante ricerca di diventare una che parla di cinema.
Chiedo perdono a tutti coloro che lo fanno per professione, e allo stesso tempo chiedo a tutti un po' di comprensione collaborativa. Insomma, vorrei sapere che se ne pensa, quando lo si pensa, e perché. Perché insomma, io studio cinema da un po', eppure mica ho capito bene come si parla dell'arte dello schermo... insomma, da che si parte, dove si passa, come si finisce.

Nel frattempo io cercherò di scriverne, sperando di pigliarci. E se qualcuno vorrà darmi una dritta o piuttosto solo parlarne con me, mi darà una gran soddisfazione.

Per iniziare migro qui i vecchi post dal precedente blog... per rompere il ghiaccio...

Buona lettura, a chi viene e a chi va. Chi rimane è benvenuto. Il pop corn è assicurato!