lunedì 17 settembre 2012

La riscoperta di Peter Pan


Non so come, oggi, il mio girovagare internettiano mi ha portato a Peter Pan.
Da una clip dell'incontro tra Wendy e il protagonista, sono andata a ritroso a gustarmi pezzi di un cartone che non vedevo da anni. Tra l'altro, questa non è tra le opere disneyane da me preferite.

Nel frattempo che guardavo stralci del cartone e mi chiedevo quale strana energia me l'avesse ripresentato davanti dopo anni di oblio (sarà il ritrovato percorso creativo su cui mi sto dirigendo?), rimango sedotta ed emozionata (mi capita sempre) dal primo volo dei nuovi amici di Peter Pan verso l'Isola che non c'è... il loro rito di abbandono totale alla fantasia e alla leggerezza che gli fa staccare i piedi da terra e li fa volare fuori dalla finestra, oltre i tetti della propria città, verso le stelle.
Ad un certo punto, i ragazzi sostano su una lancetta dell'orologio, giocando a far scivolare il tempo in avanti, e poi, da lì, spiccano il volo nuovamente nella direzione ove sono diretti.
Sono subito andata a cercarmi quel fotogramma - quello in alto - perché ho amato immediatamente l'idea di quest'immagine: la fantasia è una dimensione senza tempo, e chi la sceglie si svincola da esso, burlandosene, lasciandolo alle spalle. Adorabile concetto.

Poco dopo, accelerando io stessa un po' il passo al film, salto qualche sequenza e arrivo volontariamente a cercare la prima apparizione di Capitan Uncino. Introdotto dall'entrata di Spugna, mentre il fido servitore lo prepara per la toilette quotidiana, il pirata si abbandona a vaneggiamenti su Peter Pan e si compatisce per la mano persa nelle fauci del coccodrillo, che insieme ad essa si è preso anche il suo orologio, che da quel momento contraddistingue con il suo ticchettio la vicinanza della pericolosa bestia, suono che difatti getta nel panico il pirata, terrorizzandolo a morte.

Ecco, per la prima volta mi sono resa conto del significato dell'orologio nella fiaba del ragazzo che non cresce. La dimensione del tempo, resa così palese dalle regole interne alla favola stessa (i bambini che rimangono sull'Isola non crescono mai, rimanendo ospiti di una dimensione atemporale), simboleggiata dall'orologio che i bambini abbandonano, utilizzandolo come trampolino per tuffarsi verso L'Isola che Non c'è, è l'ossessione e il terrore di Capitan Uncino, adulto e incapace di fantasticare, legato alla terra e alla materia, "uncinato" alla propria carnalità, fagocitato dalla sua stessa apprensione per il tempo che passa, e che si mangia il corpo, le energie, le possibilità, e che ci rende sempre più prossimi alla morte (il coccodrillo).

E' stata una bella scoperta. :)

martedì 13 dicembre 2011

Pina


Aspettavo il film di Wim Wenders su Pina Bausch da molto tempo, e non sono rimasta delusa nelle aspettative..

L'apporto, molto molto più umano che tecnico di Pina Bausch alla danza, e più in generale a tutte le arti di espressione, si rispecchia nella sua opera che è immensa, silenziosa e totalizzante.
Nelle sue coreografie e tra le poche parole scelte per ricordarla, attraverso le testimonianze dei suoi allievi, colleghi, collaboratori, amici, si raccoglie questa impronta che traccia nelle sue luci l'idea della danza di Pina, un'azione che interviene quando la parola non basta.
Ma la parola non basta mai.

L'occidente è fatto di logica e di verbo. La danza era, prima dei grandi innovatori del 900, un orpello, un puro e perfetto tecnicismo d'espressione che codificava il movimento e l'eleganza. La ricerca del Tanztheater Wuppertal sta nel ritrasformare questo codice in espressione pura del sentimento, dell'emozione, dell'amore e del dolore, della gioia e della solitudine.

I ballerini, spinti alla continua ricerca dalla loro maestra, partono dal mondo alla ricerca di se stessi, dei loro limiti, delle loro spinte originali, per poi farle riaffiorare attraverso il movimento del loro corpo.

E' affascinante, come la ricerca degli attori delle emozioni primarie, come l'allenamento alla disciplina dei grandi marzialisti, come l'approfondimento della coscienza dei grandi asceti.

Un grande dono, quello di Pina Bausch e di chi, sotto la sua guida, si è messo su questa strada affatto semplice, fatta di dolorosa esplorazione del proprio limite, non solo fisico ma soprattutto cognitivo ed emozionale, scrivendo con i propri muscoli, sul palco e per la strada, le riflessioni sulla loro esperienza di conoscenza di se stessi, e dei mondi emozionali di chiunque.

Ho conosciuto questo personaggio per studio e ne sono rimasta impressionata sin dalle descrizioni letterarie. Vedere questo film è stato per me di grande appagamento, visivo ed emozionale.

Delicatissimo e forte nella descrizione anche Wim Wenders, che per stavolta - visti i contenuti - aveva anche molto poco da fare.

martedì 27 settembre 2011

domenica 25 settembre 2011

Carnage

Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: Roman Polanski
Cast: Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster, John C. Reilly
Anno: 2011


Faccio difficoltà a scrivere dei capolavori, perché sulla perfezione c'è poco da dire.
Si definirebbe un "film da camera", che di per sé ha le sue insidie, avendo nella sua caratteristica principale la quasi insostenibile situazione, per un film, di svolgersi tutto in un unico ambiente.
Il cinema ha nelle sue carte gli assi dell'ubiquità, dell'assemblaggio di spazi e tempi, intere vite in 90 minuti e tanti mondi in varie bobine di pellicola. Quando si sceglie la formula del kammerfilm, insomma, si fa quasi teatro. E allora, è la sceneggiatura che deve essere di ferro, gli attori come mondi, devono affascinare, conturbare, convincere, dirigere le attenzioni, costringere le intenzioni. E la regia deve scegliere bene, coinvolgere e non stancare, trovare le angolature adatte in un ambito sin troppo regolare.

I personaggi che si contendono la scena sono quattro, due coppie di genitori che s'incontrano per parlare della zuffa dei loro due figli. Da un contesto di tanto cordiale quanto stridente clima di accomodamento di una situazione imbarazzante, l'atmosfera degenera scricchiolando prima, franando poi, nella più assurda delle scene di rottura della falsa cordialità borghese. Gli equilibri delle coppie si sversano l'una nell'altra, creando e disfacendo alleanze, e come uno strano balletto i fronti e le figure cambiano battuta dopo battuta, introducendo brevi ponti tra l'uno e l'altro, e poi mettendo tutti contro tutti.
Un intero mondo in una stanza.

Le uniche inquadrature esterne all'appartamento in cui si inscena il film, è il parco dove i loro figli prima si scontrano, e poi si riincontrano. Gli unici due momenti di verità della storia, si svolgono al sole.

sabato 24 settembre 2011

Pesami l'anima

Documentario breve della giovanissima Teresa Iaropoli, che racconta la storia di quattro donne - Valentina, Francesca, Giulia e Letizia - che hanno dovuto affrontare un discorso su se stesse e con se stesse, riguardo il loro corpo e il rapporto che esse avevano con lui.

La voce di queste testimonial del corpo è ferma e serena.
Corpi nudi in posa su sfondo nero si muovono lentamente, si toccano con le dita la pelle, la telecamera indaga i segni, le tracce di esperienze di vita diverse da quello che conosciamo solitamente rappresentate dagli schermi.
Le storie che s'ascoltano sono storie di donne che ce l'hanno fatta.
Hanno combattuto una lotta contro se stesse, contro le aspettative di cui il mondo le aveva gravate, eppure non ce l'hanno con la società, non provano rabbia contro quella convenzionale visione della bellezza, del "giusto" modo d'essere accettabili che le ha fatte soffrire tanto. Così tanto da coprire specchi, da nascondersi dentro vestiti abbondanti, da sfuggire gli sguardi, da annullarsi come persone, da procurarsi lesioni consapevolmente, da vomitare il cibo appena ingoiato, da temere i giudizi.
Hanno combattuto, portano le ferite delle loro guerre e adesso ci ridono su. Ridono di quello stesso mondo che le ha costrette alla lotta. Di quello stesso mondo che ancora lotta. Mentre loro sono oltre.

E quando cerchi, se non rimani fissato sulle sconfitte, le occasioni arrivano. E per loro, un altro mondo si è affacciato.
La cosa che (mi) colpisce di più, che (mi) fa comprendere bene quello che è stato il loro processo di spostamento della comprensione di se stesse, è che questo porto franco è stato quello dell'arte.

La cultura e la dimensione estetica non sono campi da lasciare fuori dalla propria sfera.
Ti aiutano a vederti in altri modi, in altri mondi.
Ti aiutano ad esprimerti, ed esprimendoti, a conoscerti.
Perché bisogna parlarsi.
Prima che parlare ad altri, bisogna parlare a se stessi, perché non ci conosciamo mai tanto bene quanto pensiamo.
E l'arte è un modo molto potente di ascoltarsi, di vedersi, di parlarsi.

 Mi piacerebbe che guardaste il lavoro di Teresa, e che lo votaste, se vi piace.

Lo trovate qui, in concorso sul sito di Via Emilia Doc Fest:
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-Pesami-l-anima-sd-35.html

mercoledì 21 settembre 2011

Cose dell'altro mondo

Regia: Francesco Patierno
Sceneggiatura: Diego De Silva, Giovanna Cock, Francesco Patierno
Attori: Valerio Mastrandrea, Diego Abatantuono, Valentina Lodovini.
Anno: 2011

E' una bella commedia visionaria, apertamente ispirata a "A Day without a Mexican", un film del 2004 diretto dal regista Sergio Arau.

In un paesino del Veneto pieno di lavoratori extracomunitari in regola, si consumano giornalmente piccoli e grandi cliché di intolleranza in chiave comica. Il personaggio fulcro di questo malcostume diffuso è quello di Abatantuono, che interpreta un imprenditore di successo, direttore di un'emittente televisiva e anchorman della trasmissione opinionista di punta. Cattolico conclamato, promuove una vera e propria campagna xenofoba attraverso il proprio canale, anche se nel frattempo trae gli unici momenti di piacere con una prostituta africana per cui sembra anche nutrire una certa tenerezza, ed anche la sua attività impiega la metà della sua forza lavoro con lavoratori stranieri. Nel pieno del delirio di pubblica esposizione, durante una sua trasmissione, lancia un anatema pregando Dio di far scomparire tutti gli extracomunitari, rimandandoli a casa propria. Detto fatto, il suo desiderio sarà esaudito. Il giorno dopo la comunità finirà nel caos, priva di manovali, badanti, agricoltori e via dicendo...

La regia è pulita e non offre chiavi di lettura diverse da quelle della sceneggiatura, così com'è stesa e interpretata. Un buon Mastrandrea, equilibrato tra comico e drammatico, e un magnifico Abatantuono, che nel suo personaggio riesce invece a fondere i generi non smettendo, seppure nel suo estremismo, di sembrare addirittura realistico.
Chicca nella sceneggiatura la presenza della mamma Italia (interpretata da Sandra Collodel), smemorata affetta da alteriosclerosi, che al momento opportuno sa però riacquistare la lucidità per rimproverare il figlio Mastrandrea, incapace di prendere una posizione responsabile: "... Ma non ti preoccupare, non hai preso né da me, né da tuo padre. Noi non siamo mai stati così stronzi."

Una bella chiave di lettura per uno psicodramma collettivo, che coglie sul vivo un momento quale stiamo vivendo, mai più vero di così.

Da vedere con molto spirito, anche di riflessione.

sabato 20 agosto 2011

L'amore in Moulin Rouge di Houston



Regia: John Houston
Durata: 119'
Anno: Inghilterra, 1952
Colore
Cast: José Ferrer, Zsà Zsà Gabor, Suzanne Flon, Colette Marchand, Claude Nollier, Katherine Kath.

Questo film eccezionale di Houston crea uno straordinario ritratto dell'amore tutto dal lato delle ombre.
Non è solo il racconto romanzato della vita di Tolouse-Lautrec, e di come l'anima delle sue opere fosse la stessa che respirava la sua vita, ma è anche la lettura di un certo tipo d'amore, ansioso di dare e timoroso di ricevere, un amore che distrugge ciò che lo brucia, e che allontana chi brucia per esso. Un gioco al rimando che annichilisce ogni cosa.

Un amore di due tipi, viene raccontato. Il primo che spinge a rendere migliore l'oggetto d'amore, ma che trasformandolo, ne distrugge la natura che ha fatto in modo per colui che l'ama, di amarlo ancora. Il secondo, un amore che, provato da una natura menomata più nello spirito che nel corpo, spinge ad amare esseri peggiori fino allo spasimo, ed allontanare l'amore offerto da esseri migliori, per vergogna e per orgoglio, negandosi l'unica via che possa portare alla propria salvezza.

L'artista, quasi a fine film, esprime la sua amarezza per l'effetto che il suo lavoro aveva avuto sul Moulin Rouge. I suoi cartelloni aveva nobilitato il locale a tal punto da trasformarlo da bettola popolare,  spontaneo coacervo di frugalità e culla di diversità, facendolo diventare un locale di classe per altoborghesi, il cui piacere sensuale dovesse essere solleticato ma non sfidato con palese provocazione.
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Toulouse: "Gli uomini uccidono le cose che amano di più. I miei cartelloni han contribuito a distruggere il Moulin Rouge. Col successo, divenne rispettabile. Non c'era più posto per la Goulieut*, né per noi."
*La Goulieut era una ballerina finita in miseria perché troppo frugale per il nuovo taglio del locale divenuto "rispettabile", e anche la deformazione dell'artista ne era stata tagliata fuori, essendo inaccettabile nella normalità.
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Toulouse s'innamorerà perdutamente di una prostituta che non dimostrerà sdegno della sua menomazione fisica, regalandogli l'amor fisico e confondendolo con l'amor romantico, ma che lo frequenterà solo per averne vantaggio economico. Di conseguenza, l'artista allontanerà l'amore di una nobildonna che s'innamorerà dell'uomo Toulouse, non temendo la forma del corpo e la sua diversità. Incapace di resistere alla propria sfortuna, chiuso in una gabbia dove la prima limitazione è quella della mente, infine morirà solo, malato.
Due tipi d'amore che portano alla distruzione, di sé e di ciò che si ama. Ma se si fosse in grado di essere generosi con se stessi come lo si è portati ad essere verso chi o cosa c'ispira veri sentimenti, forse l'eccesso d'amore non provocherebbe la morte di alcunché, ma solo l'alimentazione continua di circoli virtuosi dove l'amore entra ed esce da noi nella stessa misura, generando un equilibrio costante dove l'amore non possa uccidere nessuno, tantomeno noi stessi.
Partite da voi, ad amare. Amatevi e lasciatevi amare.